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L'anno che vorrei...

L’anno che si apre è il primo di un nuovo decennio. Un anno è poco, ma dieci anni forse sono abbastanza per un cambiamento che non sia solo sussulto palingenetico e nevrotico. L’Italia ha bisogno di trasformazioni lunghe, non di isterismi sul posto, né di illusionismi verbali. E per le trasformazioni lunghe servono due requisiti fondamentali: continuità e visione. Risorse che purtroppo scarseggiano al momento. Ma la speranza è l’ultima a morire.

La continuità è un mix di fattori: istituzionali, politici, culturali, di leadership. Lo sappiamo e ce lo diciamo da tempo.
Ma la visione è forse la cosa che più scarseggia. C’è qualcuno che osi dire o addirittura pensare a come sarà l’Italia tra dieci anni? Per non parlare poi della domanda, quasi naif: “come vorremmo che fosse l’Italia tra dieci anni”?
L’assenza di questa domanda è parte del problema. Perché una visione richiede un paradigma culturale e un soggetto (collettivo) portatore di essa. Il paradigma culturale manca. O meglio siamo travolti dai paradigmi del passato, ormai ridotti ad ideologia vuota.
La rivoluzione liberale sta lì, sempre promessa… e noi ci sentiamo talvolta come come il tenente Drogo sulla fortezza Bastiani…

Al suo posto però impera, come un totem, quella cultura egualitarista e statalista che ci ha succhiato l’anima e il futuro. Che fa il paio con la cultura delle rendite e delle protezioni, che non ha confini ideologici e dissemina figli a destra e a sinistra, ricorrendo a narrazioni diverse, ma convergenti nei risultati.
Sì, perché questo è il dato. Cultura delle rendite e ideologia egualitarista si sono saldate facendo fuori la possibilità che sorgesse, da un lato, una cultura liberal-conservatrice e dall’altro una cultura liberal-riformista fondata sull’idea dell’eguaglianza delle opportunità e non dei risultati (per riprendere la distinzione di Daniel Bell).

Ecco. Questo mi aspetto dal nuovo anno e dal nuovo decennio. Una presa d’atto, soprattutto da parte dei suoi sostenitori in buona fede, del radicale fallimento delle soluzioni politiche che hanno preteso di applicare il paradigma egualitarista all’italiana e lo hanno trasformato nel paradigma più immobilista, protezionista e conservatore che si potesse immaginare.

I fallimenti sono quattro. E sono enormi. Riguardano l’eguaglianza economico-sociale, l’eguaglianza generazionale, l’eguaglianza di genere, l’eguaglianza territoriale.
Su tutti questi versanti il fallimento è sia in termini assoluti (rispetto a noi stessi) che rispetto agli altri paesi. Non solo perché continuiamo a scendere nelle classifiche, ma perché il nostro modello sociale non funziona più e produce povertà anziché ricchezza, arretramento anziché emancipazione, diseguaglianze crescenti anziché mobilità e convergenza. In una parola: declino.
Basta solo qualche accenno, senza pretesa di completezza, come si dice…

1. Fallimento delle nostre politiche egualitarie. Siamo tra i paesi (almeno quelli avanzati) nei quali la spesa sociale è stata la meno efficace nel ridurre le diseguaglianze, nei quali – malgrado quella spesa sociale sia analoga ad altri paesi –  il coefficiente di diseguaglianza tra la porzione più ricca e la più povera della popolazione è tra i più alti, nei quali la mobilità sociale è tra le più basse, nei quali la copertura data dagli ammortizzatori sociali è tra le più inique. La natura sostanzialmente familista del nostro sistema sociale (la famiglia su cui viene scaricato il peso della protezione sociale) fa sì che chi non ha famiglia o nasce in una famiglia meno abbiente…è fregato.

2. Fallimento sul piano dell’eguaglianza generazionale. Abbiamo uno dei debiti pubblici più alti del mondo, il che significa che le generazioni che ci hanno preceduto hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità e noi, se non cambia qualcosa, siamo condannati a vivere di gran lunga al di sotto per pagare i “debiti di famiglia”. Le modalità e l’ammontare della spesa pensionistica ne sono lo specchio più evidente. Il livello di patrimonializzazione pur rilevante è verosimilmente concentrato nelle mani delle generazioni più avanzate e dunque prima che i beni transitino alle nuove potrebbero venire significativamente erosi dalla bassa crescita e dallo scarso sviluppo. La disoccupazione colpisce soprattutto i più giovani. In questo momento le prospettive di protezione previdenziale, sanitaria e sociale in genere diminuiscono, man mano che dimunisce la fascia d’età in cui si è collocati. E, infatti, con i tassi di natalità che abbiamo…tra un po’ le generazioni future nemmeno ci saranno!

3. Fallimento sul piano dell’eguaglianza di genere. La quota del mercato del lavoro occupata dalle donne in Italia è tra le più basse dei paesi avanzati. Il livello di sottoutilizzazione del capitale umano femminile è incredibile. La funzione familiare ancora in larga misura gravante sulle donne non compensa il costo-opportunità della rinunzia (parziale o totale) al lavoro. E ciò non genera necessariamente famiglie migliori o più unite. Anzi. Basta guardare i dati.

4. Il fallimento sul piano territoriale è poi impressionante. Il divario Nord-Sud  aumenta anziché diminuire malgrado l’ammontare dei trasferimenti sia stato nel corso dei decenni tra i più significativi che la storia dell’uomo abbia fatto riscontrare su tutto il pianeta.
E mi fermo qui per carità di patria. Anche perché forse ce n’è abbastanza per capire perché non produciamo ricchezza e sviluppo e che il problema non è più solo di misure o quantità. Il problema è strutturale e riguarda appunto i paradigmi sui quali abbiamo costruito il nostro modello di sviluppo. L’idea statalista e egualitaria è fallita o, se volete, ha perso la sua spinta propulsiva, trasformandosi in una fonte di iniquità. E ci lascia soprattutto dei costi. I costi dell’intermediazione pubblica di pressoché ogni attività, con il suo drenaggio di risorse per alimentare burocrazia e ceto politico. E i costi di una pressione fiscale che non ci ha portato certo in Scandinavia.

Si può uscire da questo incubo? Assolutamente sì. Perché il frutto principale dell’immobilismo è la sottoutilizzazione di risorse umane e sociali, il congelamento dei margini di sviluppo, il freno dell’intraprendenza. I margini di miglioramento pertanto sono enormi. Bisogna (solo!) correggere il modello di sviluppo che è divenuto un modello di declino.

E per questo ci vuole anche il soggetto (collettivo) che autoidentifichi i propri interessi e li faccia valere. Oggi manca all’appello almeno una generazione, manca all’appello il portatore (destra o sinistra non ha più importanza) di una proposta di riformismo delle opportunità libero dai condizionamenti veterostatalisti, protezionisti ed egualitaristi; manca all’appello una presa di coscienza di genere postideologica ma determinata, manca all’appello una soggettività meridionale che vada oltre lamentazione immobilista unita a sacrificio e frustrazione. Sono queste soggettività che devono farsi avanti e ricontrattare le condizioni del patto della nostra convivenza.
Soggetti e visione. Questo mi auguro per il prossimo anno… cioè… per il prossimo decennio. Perché un decennio è un tempo sufficiente per rialzare la testa, raddrizzare la schiena, ritrovare l’orgoglio e riprenderci il futuro dell’Italia.

Giovanni Guzzetta

p.s. Le vacanze natalizie servono a leggere libri da cui poi si traggono conferme alle proprie idee. Libri come Alesina e Ichino, L’Italia fatta in casa, Mondadori; Salvatore Rossi, Controtempo, Laterza; Dopo! Come ripartire dopo la crisi, a cura dell’Istituto Bruno Leoni. Ma sono solo gli ultimi...

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La speranza del 2010

Si torna a parlare di riforme.
Complici le feste natalizie, l’amore autentico di ispirazione cristiana, le trovate giornalistiche sulla vittoria dell’amore sull’odio (soprattutto in politica), le riforme sembrano davvero più vicine.
Da molte bocche, più o meno autorevoli, si sente dire che il 2010 sarà per l’Italia l’anno delle riforme.
Ce lo auguriamo anche noi, pronti a dare – laddove necessario – il nostro contributo di idee e proposte.
Che si tratti o meno dell’ennesimo miraggio lo scopriremo solo in primavera, a valle delle elezioni regionali.
Nel frattempo però culliamoci nella speranza che il 2010 ci porti questo regalo.
Dando credito a tutti coloro che si adopereranno per raggiungere l’obiettivo, senza pregiudizi o preclusioni di sorta, perché di riforme – anche se minime, anche se dai contorni diversi da quelli auspicati – abbiamo tutti davvero bisogno.
Buon 2010!!!
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Una proposta di riforma costituzionale

L’onere della prova ce l’ha Berlusconi. La “prova” si chiama riforma costituzionale e l’ “onere” si chiama proposta.
Dal 1989 l’Italia è alla ricerca di un nuovo equilibrio politico-costituzionale.
Chi dice che di riforme non ci sia bisogno, mente, sapendo di mentire. O ignora la storia di questo paese. Perché ogni Costituzione è figlia del proprio tempo e quella italiana è figlia della guerra fredda. Del conflitto tra liberaldemocrazia e democrazia popolare, tra occidente e comunismo. Quella guerra e quel conflitto conclusisi nel 1989.
Nel 1948 le scelte costituenti furono scelte opportune, nel contesto di una democrazia fragile. La Costituzione dei diritti e dei doveri è un esempio di valore, nel solco della grande tradizione giuridica italiana. La costituzione economica è stato un compromesso. In parte ambiguo, ma accettabile, corretto poi dagli effetti benefici dell’integrazione comunitaria.
Inadeguata invece la forma di governo. Ne erano consapevoli i protagonisti dell’epoca, da Mortati a Ruini, da Einaudi a Bozzi, da Tosato a Calamandrei. Quest’ultimo, antifascista e - da antifascista - sostenitore del Presidenzialismo, di fronte al progetto di Costituzione emise un giudizio stroncante: “[del] fondamentale problema della democrazia, cioè il problema della stabilità del Governo, nel progetto non c'è quasi nulla”.
La prima Repubblica è vissuta sul patto di non belligeranza tra i partiti e ha evitato la guerra civile. Ha salvato la democrazia. Ma il prezzo, alla fine, sono state istituzioni deboli, consociazione politica, debito pubblico e inefficienza. Alla domanda crescente di governabilità si è risposto in modo sgangherato e occasionale, in genere forzando o violando la Costituzione. Anche se il patto consociativo rendeva anche le violazioni tollerabili.
Dopo l’89 gli equilibri sono saltati. Il patto consociativo non ha più ragion d’essere, anche se i nostalgici sono tanti. Da allora il sistema politico si dibatte in convulsioni sempre più drammatiche. Dilaniato tra strappi progressivi e arroccamenti nella difesa, ottusa e acritica, di scelte organizzative ottocentesche. E oggi non sembra più in grado di reggere queste tensioni.
I professionisti dell’antiberlusconismo ormai evocano irresponsabilmente la piazza. I campioni dell’immobilismo attribuiscono la deriva istituzionale alla parabola personale del presidente del Consiglio. Ma così la nobile cultura politico-istituzionale che aveva sorretto l’avvento della Repubblica si riduce ad una farsa priva di senso storico. Fingere di non vedere che il successo di Berlusconi è legato (non solo, ma anche) ad un’istanza di modernizzazione presente nel paese significa non capire quello che sta accadendo in Italia.
L’idea che sia sufficiente tornare al passato è un’illusione. La risposta alla crisi si dà in avanti, non serrando le fila in una guerra di posizione con la storia.
Per questo, di fronte all’afasia immobilista, l’onere della prova spetta a Berlusconi e alla sua maggioranza.
Lo strappo di Bonn richiede un seguito. Dei fatti. Che dimostrino che non si tratta solo di picconate gratuite e ad alta tensione. Ma che dopo le concessioni alla propaganda, ci sia finalmente della sostanza. Una proposta. Magari anche uno scambio tra la tregua politico-giudiziaria (un lodo Alfano costituzionale) e riforme che durino, nell’interesse generale.
I suoi oppositori più accaniti escludono che il Presidente del Consiglio abbia a cuore altro interesse che il proprio. La Costituzione – si dice - lui può solo sfasciarla. E così si rafforza il partito dello status quo. Berlusconi, se non vuole anch’egli lo sfascio, dimostri che non è così.
E se, come pare, il principale problema delle riforme è rompere l’inerzia dei veti incrociati e delle demonizzazioni reciproche, c’è solo una strada. Che la maggioranza di governo, ampia e politicamente legittimata, assuma l’iniziativa. In assenza di accordi preventivi, spetta a lei l’onere dell’iniziativa, incalzando l’opposizione e stanando i conservatori annidati trasversalmente. L’attesa a oltranza di un’intesa preliminare rischia solo di fornire alibi agli immobilisti e ai guastatori.
Invece un’iniziativa non preclusiva di intese successive, potrebbe offrire sponde alle energie riformiste dell’altro campo, soffocate dalla conservazione. Se non si riuscirà nell’inresa, allora sarà il corpo elettorale a decidere, legittimamente, secondo la previsione dell’art. 138 della Costituzione.
Ma si faccia qualcosa! Tra effetti annunzio e evocazione della piazza rischiamo di uscirne tutti molto male.

Giovanni Guzzetta

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AAA: cercasi exit strategy

 
Se la grande politica è quella capace di trasformare una situazione drammatica in un’inattesa opportunità, è proprio di quella politica che c’è bisogno oggi. Perché - quanto a difficoltà - la situazione è quasi senza precedenti. Bastano le accorate e irrituali parole del presidente Napolitano di qualche giorno fa a testimoniarlo. Manca una exit strategy, allora. O meglio, manca una strategia politica che si faccia carico dell’interesse generale dell’Italia, l’interesse al “dopo”, a ritrovare un equilibrio oltre il terremoto in atto. Di micro-strategie, opportunistiche e irresponsabili, ce ne sono invece a iosa.
 
C’è quella dei “parassiti dello sfascio”, che danno per ormai prossima la fine di una stagione che hanno sempre compreso nella categoria del “regime”: strisciante, ma pur sempre regime. E, dunque, per costoro vale il tanto peggio, tanto meglio. Non importa come ci si arriva, purché tutto crolli. “Mobilitiamo le piazze – urlano – sollecitiamo le pulsioni del pubblico, spalanchiamo gli armadi evocando gli spettri!”. Se scatta la sindrome da caduta dell’impero, il conformismo degli adulatori si trasformerà nel suo contrario: nel professionismo dei rivoluzionari. Poco importa quali saranno i costi, tanto poi qualcosa si farà. L’importante, adesso, è promettere che – dopo - tutto sarà diverso. E l’Italia finalmente libera dal tiranno, unico colpevole di tutto, sarà pronta per rinascere. Ogni rivoluzionario che si rispetti, d’altronde, promette palingenesi.

C’è poi la micro-strategia dei “nostalgici attendisti”, quelli che si “posizionano”, che sognano un ritorno all’antico, alla politics as usual della Prima Repubblica: “Basta con l’anomalia berlusconiana, con il bipolarismo muscolare, roba da paesi d’oltralpe, d’oltremanica e d’oltreoceano!”. E così, l’invito malcelato è quello di tornare all’avita tradizione italiana (l’abbiamo mai davvero abbandonata?), una sana consociazione armonica e mite. In altri termini, l’alleanza degli ottimati, guidati dalla sedicente “moderazione” – che è in realtà un agnosticismo politico opportunistico e compromissorio – di uomini né di destra né di sinistra che chiamano “centro” un non-luogo politico animato da spirito irenico. Un po’ a me e un po’ a te, con qualche dose di “ammuina” per movimentare il palcoscenico della commedia nostrana, ma con la consapevolezza che una quota di potere e tornaconto non sarà negata a nessuno.

In fondo gli italiani – spiegano i nostalgici – vogliono delegare, essere assistiti e illusi, ma non disturbati. Perché, dunque, stuzzicarli con l’illusione di poter decidere qualcosa, col rischio che si inneschino derive populiste, pulsioni antipolitiche, attese messianiche e tentazioni plebiscitarie?

L’italiano che vuol essere liberato da burocrazia ed inefficienza, per essere un po’ imprenditore di se stesso, sarebbe per costoro una categoria mitologica – nata col berlusconismo e destinata a esaurirsi con esso – a cui nemmeno lo stesso Berlusconi avrebbe mai creduto. Mica siamo come gli altri noi, quelli che hanno a cuore il proprio destino, che tengono a perseguire la propria realizzazione: l’Italia era assistenziale, paternalista e corporativa e tale rimarrà.
 
Infine ci sono i “falchi autistici” di ogni schieramento. Coloro che, accecati dalla convinzione della propria forza, vedono nello showdown la possibilità della vittoria definitiva. Tutto può diventare pretesto, quel che conta è l’occasione muscolare in cui esibirsi per vincere, costi quel che costi.
 
Tutti questi atteggiamenti si uniscono nel comporre una “retorica dell’agonia” che rischia di egemonizzare interamente il discorso pubblico e di “mutare” come un novello virus influenzale: se veramente di agonia si trattasse, cosa impedirebbe che all’escalation insufflata dai falchi, si sommi la bramosia degli sfascisti, mentre gli attendisti si fregano le mani? Ma siamo sicuri che, dopo la rivoluzione, si tornerà come sempre alla restaurazione e alla domanda di quieto vivere?

In questo quadro la tentazione di cavalcare l’onda è per tutti molto forte. Perché la spirale rischia di non trovare limiti, come una valanga che s’ingrossa e alimenta una profezia che si autoavvera. E chi proponesse una strategia equilibrata e riformista rischierebbe di essere travolto dalla “rivoluzione” che avanza. Come ribaltare una simile prospettiva? Come uscire dall’asfissia del budello in cui ci siamo infilati evitando una deriva al buio?

È questo il caso in cui ci vorrebbe una grande politica, capace di trasformare le tante debolezze in opportunità. Una politica che accetti il rischio di apparire spregiudicata, ma ferma. Che resista alla lusinga, lucrativa e demagogica, della retorica dell’agonia, alla tentazione di inseguire le pulsioni palingenetiche, gli opportunismi nostalgici e l’illusione del redde rationem. Che sappia sparigliare, offrire una prospettiva di fuoriuscita che non si riduca alla difesa dell’esistente, al tornaconto personale, alla nostalgia del passato o all’illusione di una catarsi generale.
 
Serve una politica che non senta il bisogno infantile di azzerare tutto, ma di andare avanti su quanto di buono è stato edificato. Che sappia offrire una visione di futuro, moderna, inattesa, coraggiosa, in un tempo tragicamente inchiodato al presente agonico. E che sia capace di valorizzare l’unica opportunità esistente in un contesto paralizzato dalla guerriglia defatigante delle opposte fazioni. L’opportunità che deriva dall’incertezza generale, dalla condizione di essere di fronte a quel “velo di ignoranza” che impedisce a ciascun attore di cogliere con esattezza quali saranno le proprie convenienze di domani e che dovrebbe renderlo pertanto, bongré malgré, più disponibile a trattare.

Insomma, urge una politica che “faccia politica”, per attendere alla rifondazione del patto civile - il problema aperto e irrisolto dal dopo 1989 - la cui rimozione è la principale causa del logoramento e della delegittimazione di istituzioni, abitudini e pratiche superate dalla storia. Ecco quello che ci vorrebbe: l’iniziativa di uno statista che, come diceva De Gasperi, non pensi alle future elezioni, ma alle future generazioni. Prima che esse, come suggerisce sconfortato
qualcuno, decidano di andarsene.

Giovanni Guzzetta
pubblicato su Ffwebmagazine 1 dicembre 2009

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permalink | inviato da .silvia. il 18/12/2009 alle 9:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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Adesso rimetteranno il trattino al centro-sinistra

"L’amalgama non è riuscito quindi è meglio rinunziare a farlo". Questa in sintesi la proposta di Bersani che ha vinto nelle primarie. Meglio rimettere il trattino del centro-sinistra. Meglio tornare alla politica delle alleanze ampie da Sinistra e Libertà all’UDC.

Il resto consegue da ciò.
E il resto è:
1. Le primarie sono state senz’altro un momento di grande partecipazione, ma i dati ci dicono che il calo di affluenza rispetto a quelle per Veltroni (da 3.550.000 a 2800000 corrisponde al calo di consensi elettorali del PD tra il 2006 e il 2008).
2. Lo schema di alleanze largo, anzi larghissimo (oltre l’Ulivo, perché nell’Ulivo non c’era l’UDC!), implica un rilancio delle identità parziali. Ogni alleato è chiamato a qualificare la propria quotazione nell’alleanza sulla base della sua capacità di rafforzare la propria identità e differenziarla dagli altri. Classico schema proporzionalista.
3. Ciò semplifica anche la vita nei partiti e nel PD. Perché affaticarsi a fare un partito grande, che tenga insieme magari anche i Pannella, o i Pasquino a cui è stato negato di votare per le primarie?
4. E’ una schema perfettamente coerente con la legge elettorale attuale che esalta il governo di coalizione. Ognuno porta un pezzetto (anche dell’1 virgola) e tutti ricattano tutti col potere della crisi.
5. Non c’è bisogno di nessun amalgama. L’amalgama se c’è si fa con il patto di governo (sic). E sappiamo quale “lunga vita” ha assicurato finora. Almeno ai governi di centro-sinistra.
6
. In questo schema – bisogna dar atto a Rutelli - l’annunziata diaspora è perfettamente coerente con la strategia di Bersani. E Bersani lo sa. E in fondo gli fa gioco. Se bisogna rafforzare le identità è meglio evitare confusioni. Ognuno vada per la sua strada.
7. Nel PD può rimanere qualche indipendente di sinistra o qualche componente capace organizzativamente di stringere un patto di sindacato con il segretario (ad esempio Marini). Può, ma non deve. Dipende dalle convenienze.
8. A questo punto coerentemente Bersani proporrà il ritorno al proporzionale alla tedesca. Per liberare ed esaltare il gioco delle alleanze oltre i confini stretti degli schieramenti. Sarebbe perfettamente coerente con lo schema neo-identitario e con le vecchie abitudini consociative della Prima Repubblica.

L’alternativa era un’evoluzione del bipolarismo verso il bipartitismo (due grandi partiti e rappresentanza delle minoranze non più decisive per la sopravvivenza del governo). Questa alternativa al momento è sconfitta. E aspettiamo di vedere gli effetti nel centro-destra.
E’ sconfitta sul piano del sistema politico perché il movimento referendario non è riuscito a conseguire il risultato di far saltare il Porcellum, complice l’illusione che la semplificazione fosse acquisita con le politiche del 2008. Complice il conseguente disimpegno pressoché totale dei partiti, anche quelli interessati a conseguire quel risultato. Complice un’informazione bulgara che ha fatto sì che nei 20 giorni di campagna referendaria i principali telegiornali delle tre reti pubbliche dedicassero al tema 9 minuti in tutto (ripeto 9 muniti: dati AGCom) alla campagna referendaria.

Ma la sconfitta della prospettiva bipartitica è stata anche politica. La strategia di Veltroni è stata troppo incoerente per avere successo. E soprattutto è stata segnata dall’illusione di poter fare a meno della leva istituzionale offerta dal referendum. Il leader del partito a vocazione maggioritaria non si è mai concretamente impegnato in favore della consultazione. Sulla sua scia Franceschini ha schierato il partito “ma anche” non l’ha schierato, impedendo un confronto che stanasse i conservatori. Veltroni si è illuso che bastasse “la politica” (antico mito comunista). E la politica se lo è mangiato.
Il disimpegno del Centrodestra è stato ancora più evidente sotto il ricatto della Lega. Che ovviamente non cessa di battere cassa nel Governo.

Questa è la situazione. Bisogna prenderne atto.
Al momento la prospettiva del bipartitismo è stata sconfitta, mettendo a rischio anche il bipolarismo. Al momento. Ma forse coloro che non si rassegnano all’eterno ritorno dell’eguale, un giorno o l’altro dovranno ripartire da lì. Questa volta a mani nude, però.

(articolo pubblicato su EUROPA da Giovanni Guzzetta)

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Lo Stato criminogeno

La vicenda degli appalti pilotati e delle assunzioni “raccomandate” in Campania apre l’ennesimo squarcio sulle distorsioni illecite nella gestione della cosa pubblica nel nostro paese.

Non sappiamo l’entità e la fondatezza penale dello scandalo che ha colpito la famiglia Mastella.

Ma questo ulteriore episodio (dopo tanti che hanno colpito la Campania e non solo) sembra confermare quanto già da tempo hanno denunziato Donatella della Porta e Alberto Vannucci nel volume Mani impunite. Vecchia e nuova corruzione in Italia. Che cioè dopo le inchieste dei primi anni 90 la corruzione non è affatto scomparsa.

Quello delle malversazioni è solo uno dei capitoli della crisi profonda in cui si è avvitato il nostro martoriato paese. L’iceberg di uno sbandamento e di una distorsione delle funzioni di governo, di cui il malcostume comune, l’inefficienza, lo spreco, l’incertezza del diritto, i bizantinismi burocratici, la pessima qualità dei servizi pubblici e, chi più ne ha più ne metta, costituiscono la grande massa sommersa.

Come con tangentopoli si squaderna, davanti a noi, l’immagine di una caduta verticale dell’etica pubblica, di una sovrapposizione cannibalesca degli interessi privati, locali, parziali, sull’interesse generale.

Persino alcuni moralizzatori di un tempo, o i loro sodali, appaiono coinvolti in questa deriva vergognosa. A dimostrazione che l’etica pubblica non può essere strumentalizzata come una bandiera di parte, ma dovrebbe essere la premessa di tutto e tutti.

Sono ormai troppi decenni che la “questione morale” si ripropone, arricchendosi di anno in anno di nuove versioni, rivedute e corrette.

A questo punto però non ci si può limitare a reagire solo con l’indignazione e lo scandalo, rivelatisi spesso tanto veementi, quanto passeggeri.

E’ necessaria una lettura politica degli accadimenti. Bisogna prendere una volta per tutte atto che l’appello alla mozione degli affetti, l’evocazione della rettitudine, l’esibizione della rabbia non basta più. La rabbia, l’indignazione e lo scandalo può essere il sentimento del cittadino comune, dello spettatore più esterno delle vicende pubbliche. Non la maschera dietro la quale, opportunisticamente, si trincera la classe politica o i tribuni di professione, proponendo superficiali lavacri rigeneratori, senza intervenire, nel profondo, sulle cause del problema.

Cosa che nessuno ha mai fatto, ripiegando su qualche pannicello caldo buono magari a vincere un’elezione sull’onda dell’indignazione popolare.

Il patologico tasso di corrotti e corruttori, malversatori, opportunisti, avventurieri, patroni e clienti in Italia non può essere solo il frutto di una “caduta morale”. Si deve prendere atto che c’è qualche problema di sistema.

E il problema è il fallimento dello Stato. Di questo Stato, sia ben chiaro. Di questo modo di concepire le istituzioni pubbliche come necessità immanente e onnipresente nella vita della società.

C’è un fallimento dello Stato sociale, costruito sull’illusione di una spesa pubblica tendente all’infinito e ormai ridotto alla conservazione di “chi ha avuto” pagando a debito e infischiandosene di chi “ha dato” (come le nuove generazioni) senza che nemmeno gli fosse chiesto.

C’è un fallimento dello Stato di diritto, incapace di assicurare una giustizia certa che, almeno nei tempi, non sia da terzo mondo; incapace di sgomberare il campo da una criminalità organizzata che attanaglia almeno un terzo del paese e ricicla e si ricicla altrove. Una criminalità con la quale, forse, è dovuto persino scendere a patti.

C’è un fallimento dello Stato interventista nell’economia, che ha trasformato questo in un paese di semi-socialismo reale, con più della metà della reddito nazionale che è spesa pubblica.

C’è un fallimento, infine, dello Stato come mito positivo, capace di orientare al progresso la società, di offrire opportunità paritarie per tutti.

I fatti della Campania, ma non solo essi, ci mostrano l’immagine di un paese in cui l’interposizione pubblica anziché divenire emancipatrice è diventata criminogena.

Né c’è da stupirsi. Con una politica e un’amministrazione che si intromette pressoché in ogni ganglio della vita sociale, moltiplicata da centri di potere pubblico (territoriali e non, come l’Arpac dei Mastella) di ogni dimensione e per ogni bisogno e interesse, è impossibile evitare le degenerazioni. Tale reticolato di condizionamento della società è ormai presidiato da terminali di affarismo, politica, interesse. Tutto a spese dello Stato, cioè nostre.

Di fronte ad una tale galassia pulviscolare di concrezioni, come si po’ pretendere di operare un’adeguata vigilanza ed un efficace controllo? Ci vorrebbe un paese di gendarmi. E poi qualcuno che controllasse a suo volta i controllori.

Prendiamone atto. Il nostro modello di Stato è fallito. L’etica pubblica sviluppatasi all’ombra del Molock che abbiamo edificato non somiglia a quella scandinava ma a quella dei paesi dell’est e dell’Unione sovietica prima della caduta del muro.

E i riformisti di tutte le osservanze dovrebbero prendere atto che questo Stato è criminogeno e distorsivo, premia i parassiti, i questuanti, gli amici degli amici. Umilia gli eroi inconsapevoli che non si piegano e induce alla prostituzione i padri e le madri per il bene dei figli da raccomandare a qualche santo.

Prendiamone atto. E smantelliamo le troppe superfetazioni, giustificate scomodando i più grandi ideali di eguaglianza e fratellanza, e gestite solo per arricchire di soldi e munizioni i protagonisti della quotidiana guerra di potere nello Stato.

E’ necessario cambiare radicalmente paradigma. Lo Stato non può più essere la mammella cui strappare risorse e potere da spartire ciascuno nella propria corporazione. Ma un regolatore sobrio che non tartassa i cittadini per rimpinguare gli sprechi.

E’ venuto il tempo di quella rivoluzione liberale che, in Italia, non c’è mai stata. Perché l’alternativa è la bancarotta economica, sociale e (se ancora non c’è) morale.

E i riformatori, se ancora ci sono, a destra e a sinistra, dovrebbero imbracciare questa rivoluzione, piuttosto che tradire la propria onestà intellettuale per un posto da (inascoltato) consigliere del principe.

Altro che evocazione, irresponsabile e populista, del posto fisso e inamovibile, incrollabile mito della retorica statalista che ci ha portato al fallimento, ingrassando solo i furbetti della spesa pubblica.

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The path to follow

Sono ormai quasi convinto che per l'Italia non ci sia più speranza: peccato, con le nostre potenzialità avremmo potuto aspirare ad altro, davvero.

È evidente che il tutti contro tutti, praticato abilmente per deflettere l'attenzione dai veri temi critici ed altrettanto abilmente accantonato dai nostri eletti solo quando è necessario l'inciucio di turno in danno dei cittadini, non aiuta ad impostare su basi migliori il nostro domani.

Eppure la strada verso il rilancio di questo Paese a me pare abbastanza chiara:
1) taglio della spesa pubblica, a parità di servizi erogati, attraverso l'innovazione dei processi ed una guerra senza quartiere agli sprechi e alla burocrazia;
2) correlata riduzione del debito pubblico e del carico fiscale, da realizzarsi mediante una semplificazione delle imposte ed una guerra (anche qui senza quartiere) agli evasori;
3) sostegno al lavoro mediante una riforma dell'intero comparto (Ichino docet);
4) ridisegno delle istituzioni, a partire dal Parlamento, dal Governo, dal Premier e dalle Regioni (federalismo sì, ma per favore senza province...);
5) realizzazione delle reti (trasporti, energia, comunicazione, servizi ai cittadini).
Il tutto richiamandosi ai valori (purtroppo desueti) dell'etica e della responsabilità, così come ce li hanno trasmessi, col loro esempio, i nostri padri.

Forse però questo chiaro percorso è un po' troppo virtuoso per una classe politica che da tempo non persegue nè il bene comune, nè un interesse privato almeno convergente con quello pubblico.
Di qui l'amara conclusione: non c'è davvero più speranza per la nostra povera Italia, dove la classe politica si arroga ormai in ogni campo il diritto di fare il bello e il cattivo tempo violentando l'interesse pubblico per piccoli, biechi tornaconti di parte.

Eppure, sotto sotto, una parte di me non si rassegna.
La speranza è l'ultima a morire. E finchè c'è vita c'è speranza...

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Riforme: Prima che sia troppo tardi

Sono giorni drammatici per l’Italia. Il Presidente del Consiglio contro il Capo dello Stato e la Corte costituzionale, Di Pietro che attacca Napolitano e Berlusconi, La Repubbica contro il Corriere, il Parlamento contro se stesso, allorché boccia, com’è accaduto avant’ieri, due proposte (omofobia e abolizione delle Province) per le quali, sulla carta, esiste un’ampia maggioranza bi-partisan. E ancora. Franceschini contro D’Alema, Tremonti contro Berlusconi, Fini contro Bossi sulla questione dell’unità nazionale. Le piccole e medie imprese contro le grandi. La sovranità del voto agitata contro le istituzioni di garanzia. E poi i conflitti più antichi: laici contro cattolici, magistratura contro politica, elettori contro parlamentari nominati, Nord contro Sud, italiani contro immigrati, evasori “scudati” contro contribuenti, musulmani contro l’occidente. E per tutti, ovviamente, il reciproco.

Cosa sta succedendo? Perché questa sensazione di maionese impazzita?

La verità è che stanno saltando tutti gli equilibri di una convivenza politica sottoposta da decenni allo stress delle troppe emergenze istituzionali irrisolte, dei troppi strappi, scossoni, squilibri, che nessuno ha voluto affrontare per tempo. Pensando al giorno per giorno, all’ora per ora, senza interrogarsi sulle conseguenze che si determineranno domani.
Saltano le convenzioni, il rispetto, il decoro, i gentlemen’s agreement, il galateo istituzionale.
L’interesse a colpire l’avversario, a far avanzare le proprie linee di qualche centimetro, prevale su quello generale. Ci si affronta senza esclusione di colpi. Paralizzati tra ottusa difesa dell’esistente e allusioni a trasformazioni radicali mai veramente perseguite.
Il paese è scosso da una guerra per bande in cui a ciascuno viene chiesto di schierarsi, di dire da che parte sta e dar prova di fedeltà a quella parte. Attingendo ad armadi che sembrano pieni di scheletri.
Le parole del discorso pubblico sembrano tutte consunte, violentate, svuotate di qualsiasi credibilità. Non si valuta ciò che si dice, ma chi lo dice e perché. A ciascuno è domandato “con chi stai?” o, addirittura, “di chi sei?”. La narrazione collettiva sul nostro essere Nazione è ormai incapace di ricomporre il quadro, ma purtroppo non ne nasce ancora una nuova.

Di fronte a ciò sta un popolo stanco e smarrito, disimpegnato soprattutto perché deluso, che si arrangia per difesa, consapevole della propria impotenza; che si adatta per convenienza o per disperazione. Che rifluisce nel privato. E soprattutto che non riesce a capitalizzare le speranze, che pur ci sono.
Di fronte a questo senso di disgregazione, ce n’è abbastanza per dichiarare una crisi profonda. E sorprende rileggere nelle pagine di Guido Crainz ne Autobiografia di una Repubblica un clima simile a quello della fine degli anni ‘60 e ‘80. Come se ad ogni ventennio, ciclicamente, si constatasse uno scollamento, un disorientamento profondo.
Questo è il dramma di un paese la cui storia, a parte alcuni snodi eccezionali, come il risorgimento o la ricostruzione postbellica, sì è svolta principalmente in un’alternativa tra immobilismo e pulsioni palingenetiche.

Oggi ogni centimetro della scena pubblica è occupato e agitato dagli scontri. Ma in realtà c’è un enorme vuoto di responsabilità collettiva. E siamo ancora una volta nel tempo dell’attesa. Attesa di qualcosa o qualcuno che riempia questo vuoto. Perché il vuoto, come si sa, prima o poi si colma. Ed è sul modo in cui si colma che si misura la tenuta di una democrazia. Forse, prima che sia troppo tardi, è il momento di una presa di coscienza, di una reazione civile. E proprio in questi momenti che si vede il carattere di una Nazione. Nella sua capacità di ripensare il patto fondativo della propria convivenza e tessere nuove sintesi.
Per questo la proposta di un’ampia riforma costituzionale avanzata dal Premier è oggi ingiudicabile. Essa può rappresentare l’ennesima mossa tattica nello scontro muscolare in atto tra pezzi dello Stato e del sistema politico, ovvero un’opportunità per dare uno sbocco costruttivo ad un’agonia assai più che annunciata.

Noi, da parte nostra, speriamo che l’alternativa si chiarisca presto.
Perché, anche se al peggio ci fosse una fine, non è detto che la “fine” arrivi in tempo.

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Una bella novità!! (speriamo)

In questi giorni nei quali si rincorrono notizie spesso allarmanti, accolgo con gioia l’elezione di Angelo Bonelli a segretario dei Verdi italiani o meglio del “sole che ride”. A prima vista, sembra finalmente arrivata una ventata di aria fresca. Bonelli ha sconfitto la sua avversaria alla segreteria, Loredana De Petris, sostenendo la “rivoluzionaria” idea, almeno in Italia, che  i temi ambientali non debbano essere di per se stessi  battaglia di uno schieramento, ma che la difesa dell’ambiente sia, e debba essere, una interesse trasversale, dando così un chiarissimo segnale di discontinuità rispetto al passato di questo partito. Bonelli ha fatto trionfare le sue tesi richiamando l’attenzione sul dibattito europeo, che già da tempo va in questa direzione, ed in particolar modo sulla realtà francese dove il partito “ambientalista” raggiunge il 16%.  In questa casa è dunque arrivata la notizia che, per portare al centro dell’interesse pubblico queste tematiche, bisogna rivolgersi a chiunque voglia ascoltare e soprattutto abbandonare vecchie ideologie, che non solo si sono dimostrate fallimentari, ma che nei fatti sono state ormai superate ovunque. I Verdi nostrani, usciti anche dalle istituzioni europee, finalmente guardano all’Europa imparando da essa, e nel farlo si preparano a portare il loro contributo al miglioramento dell’ Italia, sulla base, speriamo, di una buona politica basata sui fatti concreti, su proposte sensate e sostenibili e non su slogan. Quindi forza Angelo, buon lavoro! Noi ti seguiremo con interesse, le premesse ci sono tutte.

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permalink | inviato da lauramast il 15/10/2009 alle 19:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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Lodo Alfano: no agli opposti estremismi

Il dibattito seguito alla sentenza della corte costituzionale sul lodo Alfano ha preso un verso pessimo. E sembra si vada di male in peggio.
Il “verso” lo hanno dato, specularmente Berlusconi e Di Pietro, alimentando un’escalation polemica fondata su una lettura tutta politica della sentenza. Berlusconi con la storia degli organi di garanzia asserviti alla sinistra. Di Pietro con la teoria dell’obbligo di dimissioni di Berlusconi, come conseguenza della sentenza. E così si fronteggiano le accuse di golpismo e quelle di regime. Lo Stato di diritto (ci si sente quasi naif a usare questa espressione) va in pezzi. Nessuno dei due dimostra interesse a una lettura equilibrata e soprattutto progettuale, perché buona parte delle rispettive constituencies, cioè del proprio elettorato, sembra apprezzare la “muscolarizzazione” del conflitto. Dall’altra parte ci sono i tanti benpensanti che attendono sulla riva del fiume, senza sporcarsi troppo le mani, che le due aggressività si neutralizzino.
Così rimaniamo nel consueto immobilismo. E i cittadini non capiscono nulla. Soprattutto non capiscono perché dalla bocciatura del Lodo Alfano debba risorgere l’immunità parlamentare, come proposto in questi giorni.
E allora, a costo, di trovarsi vittime di due fuochi, proviamo a fare un ragionamento.

Lodo Alfano. La Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 2004 ha bocciato la precedente disciplina sulla sospensione dei processi a carico delle più alte cariche dello Stato. Essa non ha espressamente richiesto che, per disciplinare tale materia, ci volesse una norma costituzionale. Si può giudicare come si vuole una tale “omissione”. I costituzionalisti sanno che la Corte dà piuttosto raramente “suggementi” o “moniti” al legislatore. Più frequentemente si limita a dichiarare se le norme sottoposte al suo giudizio siano o meno incostituzionali. Avrebbe potuto dire qualcosa in più? Sì, ma non era tenuta a farlo. La Corte ha detto però anche un’altra cosa. Vale la pena di citarla: “il bene che la misura in esame [il lodo, appunto] vuol tutelare deve essere ravvisato nell’assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche. Si tratta di un interesse apprezzabile che può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale”. In sostanza la Corte dice: l’aspirazione a contemperare l’esigenza di contemperare il sereno esercizio delle funzioni con quella della certezza del diritto e dell’azione della magistratura è “apprezzabile”.

Dubbio restava, solo, nel 2004 il modo (legge ordinaria o legge costituzionale) di contemperare tali esigenze. E si trattava di un vero dubbio. Il che è dimostrato non tanto dal fatto che la maggioranza abbia proceduto nuovamente con legge ordinaria (l’avrà fatto per ragioni “politiche”) ma che lo stesso Presidente della Repubblica, nella sua funzione di controllo costituzionale, abbia “letto” la sentenza del 2004 come se non richiedesse una revisione costituzionale per disciplinare tale materia.
Ragionevole sarebbe stato, dunque, all’esito del giudizio della Corte, che qualcuno si assumesse la responsabilità di un’iniziativa costruttiva che affrontasse questo nodo attraverso la via maestra della riforma costituzionale. Si propone invece di ripristinare l’immunità parlamentare, che anche la Francia ha abolito, proprio mentre introduceva quella per il Presidente della Repubblica nel 2007.

Una tale riforma, peraltro, evoca un problema più generale. Quello dell’adeguamento delle nostre istituzioni di governo alle trasformazioni avvenute in questi decenni. Trasformazioni che hanno cambiato radicalmente (e inevitabilmente) il nostro sistema politico e le sue dinamiche di funzionamento. Basta rileggere gli atti dell’Assemblea costituente per capire quanto le personalità più illuminate e meno ideologiche, in essa presenti, fossero consapevoli del fatto che la Costituzione che si andava ad approvare fosse, nella parte relativa all’organizzazione della forma di governo, strutturalmente provvisoria, perché legata ad un contesto politico (la fragilità democratica del dopo-regime) e geo-politico (la guerra fredda) molto particolare.
L’urgenza di rinnovare il patto civile fondativo, ridefinendo equilibri, poteri e garanzie tra i poteri, sta diventando ormai un’emergenza. E i virulenti conflitti di questi giorni sono l’esempio più lampante di come, senza riforme adeguate ed equilibrate, il dibattito pubblico sia destinato a divenire una logorante guerra per bande, in cui vince il più forte e non necessariamente il migliore. L’Italia non può reggere a lungo una simile situazione.

Da qualche giorno Berlusconi, seppure con i toni di un comizio, ha ventilato la possibilità di riforme costituzionali. Se la proposta sarà gestita come l’ennesima clava contro gli oppositori, il clima è destinato ad arroventarsi ancora di più. E non se ne farà nulla. Ma se, invece, si moderassero i toni e, senza perdere ulteriore tempo, si definisse un serio progetto, frutto magari del contributo delle tante intelligenze del riformismo presenti a destra come a sinistra, isolando specularmente i conservatori dei due schieramenti, si potrebbe finalmente propiziare la svolta di cui il paese ha bisogno.
Purtroppo, oggi, il clima che si respira non lascia spazio a grande ottimismo. La proposta di ripristinare l’immunità parlamentare sic e simpliciter campeggia ancora sui giornali. E così rischiamo di trovarci con un Parlamento di nominati selezionati dalle segreterie di partito, magari stabilendo l’ordine di lista secondo le esigenze del casellario giudiziale.

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